Minicronaca a puntate del viaggio in Nepal. Nella puntata precedente: Festa a Waku.

Da Waku a Nunthala

Il trasferimento da Waku a Nunthala è stato un’immersione nella realtà agricola del basso Khumbu, oltre che una bellissima lunga camminata, immersi in un paesaggio per noi inusuale.

Tutto il coltivabile è terrazzato

Iniziamo a spiegare l’inusuale: chi tra noi, abituato alle gite sulle nostre Alpi, difficilmente attraversa camminando per ore territori intensamente coltivati; normalmente le nostre gite più classiche si effettuano su praterie alpine, pietraie e nevai, in un territorio dove la presenza dell’uomo è evidente (es.: alpeggi) ma mai intensa. I più attenti possono magari osservare quel che resta di una civiltà alpina ormai scomparsa che invece aveva un impatto molto più profondo sul paesaggio, della quale oggi restano segni difficilmente percepiti dagli occhi meno attenti.

Percorrendo il sentiero che da Waku conduce a Nunthala ci si rende conto dell’intensità con la quale la popolazione locale deve sfruttare il territorio per sopravvivere: tutto il coltivabile è coltivato, gran parte dei ripidi pendii che discendono verso il fiume Dudh Kosi sono terrazzati, gran parte degli alberi sono capitozzati per fornire cibo al bestiame, gran parte della superficie dei terrazzi è arata.

Ogni elemento di questo paesaggio non è casuale ma è lì, a testimoniare il miglior risultato possibile della lotta millenaria per la sopravvivenza in questi luoghi tra uomo e natura.

Il sentiero è abbastanza difficile da seguire, perché si confonde con l’infinità di sentieri che, passando sui bordi dei terrazzamenti, consentono di raggiungere i vari appezzamenti.

E’ tempo di aratura: vediamo aratri completamente in legno, dei quali alcuni di noi hanno sentito nei racconti dei loro nonni quando venivano usati nell’agricoltura povera dei nostri luoghi, altri con la punta rinforzata con una lama di ferro ripiegata, entrambi trainati da una coppia di bovini che difficilmente riescono a girarsi nei terrazzi più stretti.

Passa l’uomo che guida l’aratro, poi una donna che butta le patate nel solco e poi ancora una ragazza che getta un chicco di mais ogni 6-7 patate piantate. Si otterrà una coltura consociata: nella migliore delle ipotesi si raccoglierà patate e mais, nella peggiore, con piogge scarse, solo qualche patata.

Prima dell’aratura sui terrazzi viene portato a spalla il letame e versato a mucchi su tutta la superficie.

In alcuni terrazzi è già alto il grano e l’orzo, in alcuni casi seminati insieme in altri separatamente; viene in mente la barbarià delle nostre vallate alpine, quando si seminava un miscuglio di cereali (grano e segale, talvolta anche l’orzo) per avere la quasi certezza di poter raccogliere qualcosa anche nelle annate molto fredde quando l’unica specie a resistere era la segale.

Qui, nell’assolato e secco versante della sinistra orografica del Dudh Kosi, il problema non è il freddo, ma la scarsità d’acqua.

Gli animali, bovini e caprini, non vengono lasciati pascolare liberamente, ma ognuno viene tenuto legato ad un palo e nutrito con foglie d’albero; il loro sterco, prezioso concime, viene accumulato a parte con grande cura. Anche i polli non vengono lasciati libere di razzolare, ma allevati sotto a dei cestelli circolari di vimini o chiusi all’interno dei box per i maiali.

I sentieri sono le uniche vie di comunicazione usati dalla popolazione locale e sono ricavati quasi sempre lungo il brodo dei terrazzamenti; lungo il cammino il sentiero tocca diverse case e il cortile di una piccola scuola: ci fermiamo in attesa dell’arrivo degli scolari e ne approfittiamo per qualche foto.

Nei cortili delle case sorgo e mais vengono fatti essiccare al sole su stuoie di vimini, prima di essere macinati a mano.

Il mais,  raccolto alla fine del monsone, è ora appeso a graticci a seccare; è un alimento base della popolazione di questi villaggi; passando, possiamo vedere la sgranatura manuale delle pannocchie.

Incontriamo persone modellate dalla fatica e ci rendiamo conto di quanto deve essere dura la vita qui; persone che sembrano anziani di settanta e più anni ma che invece non sono ancora cinquantenni.

Attraversiamo finalmente il Dudh Kosi su un bel ponte sospeso e passiamo sull’altro versante, quello dove, molto più in alto e a monte, ci aspetta il villaggio di Nunthala.

La risalita sul versante opposto è abbastanza ripida e faticosa, in un ambiente selvaggio e non coltivato ma, guadagnata un po’ di quota, appena il pendio si fa meno ripido, ecco di nuovo terrazzi e coltivazioni. L’ambiente e il paesaggio è molto bello e caldo; lungo il sentiero si trovano di tanto in tanto zone più ombrose con rododendri arborei.

Il governo ha fatto costruire una strada che finisce ad un piccolo agglomerato di case: non vediamo alcun mezzo motorizzato a percorrerla ma in compenso il vento dalla strada alza una polvere finissima che letteralmente ci impregna. Per fortuna il percorso lungo la strada non è lungo e tutti si rallegrano con sollievo quando rimettiamo i piedi sui tradizionali sentieri ai bordi dei terrazzi. Il percorso si fa spettacolare quando affrontiamo una lunga e faticosa scalinata a picco sulla valle che ci consente di guadagnare l’ampio pendio sommitale del versante destro orografico del Dudh Kosi.

Il sentiero, con un lungo traverso battuto da un fastidioso vento in mezzo ai campi coltivati, ci porta verso Nunthala; alcune delle nostre guide sherpa indicano le case: dei genitori, degli zii, dei nonni. Ogni casa è un racconto, si scoprono parentele, storie di emigrazione verso Kathmandu, storie di famiglie divise per il lavoro.

Entriamo nel bel villaggio di Nunthala quasi a sera, quando il vento si è fatto più freddo, accolti dai nostri amici che la avevano preferito approfittare della presenza dell’elicottero da Waku per fare un sorvolo sull’intera valle.

Ci viene riferito che il forte vento ha causati dei danni al tetto della scuola, asportando delle lamiere di copertura. I nostri amici della Monviso Nepal Foundation hanno il viso stanco e preoccupato; ci dicono che raffiche di vento così forte non si erano mai verificate qui a Nunthala. I muratori sono già all’opera per rimettere a posto le lamiere asportate.

Siamo smistati in due lodges che si affacciano, uno opposto all’altro, sulla principale ed unica strada lastricata del paese: il principale luogo di transito delle carovane di asini carichi di ogni sorta di roba, avviate per il commercio e il rifornimento dei paesi vicini.

La serata passa velocemente alla ricerca di una inarrivabile doccia calda: in entrambi i lodge nessuno riesce a trovare la giusta combinazione di tubi, rubinetti, bombole di gas e serrature per potersi fare la tanto desiderata doccia calda; non solo occorre imparare a riconoscere le vibrazioni dei tubi per regolare il giusto flusso d’acqua, ma anche essere fortunati per non rimanere chiusi all’interno della doccia… gelata. Alla fine tutti hanno la loro da raccontare sulla doccia e, tra una risata e l’altra, la notte cala abbastanza fredda con l’insistente vento che facilmente penetra tra i grossolani e posticci infissi dei lodges.

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Nepal 2017: minicronaca del viaggio (quinta puntata)

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