Minicronaca a puntate del viaggio in Nepal. Nella puntata precedente: per le strade del Vero Nepal.

Quei volti incontrati per strada

La fresca mattinata ci accoglie fuori dal nostro lodge dopo un’abbondante colazione. Approfittiamo delle operazioni di carico dei nostri borsoni sui fuoristrada per un breve giro in Phaplu: qualche negozio; famiglie che al risveglio si lavano all’aperto; il piccolo aeroporto deserto; alte, altissime montagne in lontananza.

Partenza: si ripercorrono in discesa alcuni chilometri già fatti la sera prima in direzione del capoluogo Salleri, incontrando un piccolo plotone dell’esercito che corre lungo la strada. Ad un certo punto svoltiamo per una sterrata a sinistra e lì inizia la parte più dura del viaggio in fuoristrada. La pista è ricoperta da pietre smosse e terra polverosa; inoltre in alcuni tratti la strada taglia a mezza costa il ripido pendio con passaggi abbastanza esposti. Ti tanto in tanto incrociamo mezzi agricoli e persone che camminano lungo il percorso.

Il gruppo dei fuoristrada si fraziona: gli autisti più abili arriveranno con oltre due ore di vantaggio rispetto a quelli meno avvezzi a questo tipo di pista. Inutile dire che tutto il percorso viene compiuto con l’immancabile musica nepalese sparata a tutta dall’impianto stereo dei mezzi.

Finalmente arriviamo al capolinea, dove la strada finisce in riva al fiume Dudh Kosi, in un ampio pianoro, nei pressi di un ponte sospeso che consente l’accesso all’altra sponda, da dove parte il sentiero per Waku. Alcuni di noi, non a torto, scendono malandati ed un po’ impauriti dai mezzi, grati che il viaggio in fuoristrada sia finito.

E’ già pronto il pranzo, preparato da guide e portatori della Monviso Treks and Expedition: tutti si stupiscono dell’organizzazione della cucina, essenziale quanto efficace. Finito il pranzo, si lavano i piatti in metallo e tutta l’attrezzatura viene riposta in contenitori di vimini simili alle nostre gerle ma senza spallacci per portarle. E’ stupefacente come tutta la cucina da campo sia smantellata nel giro di pochi minuti.

Un nutrito gruppo di asini è nel frattempo sceso dal ripido sentiero ed ha attraversato il ponte verso di noi: saranno loro a portare i nostri bagagli fino a Waku.

Sul basamento in cemento che serve da ancoraggio per il ponte, un piccolo gruppo di spettatori si è radunato, divertiti nel guardarci a mangiare o, forse, in attesa degli avanzi.

Siamo colti da una leggera emozione quando attraversiamo il ponte sospeso sul fiume che scende dai ghiacciai del monte Everest sapendo che lassù, in mezzo alle nebbie, si nasconde la cima più alta del mondo e che a noi, lì, piccoli piccoli, viene concesso l’onore di attraversarne le acque mentre proviamo una sensazione mista fra il sollievo, per poter finalmente camminare per un sentiero, e l’euforia, per la prima camminata vera (per molti) in Nepal.

Quello stesso ponte era stato attraversato poco prima da una donna che nella sua gerla trasportava le foglie per nutrire il proprio bestiame e prima ancora da un uomo con un intero grosso materasso sulle spalle; ai due era seguita una giovane ragazza, anche lei carica, vistosamente imbarazzata di fronte a noi che la stavamo osservando.

 

La salita dopo il ponte è abbastanza ripida su un fondo polveroso con molte pietre smosse. Salendo ci inoltriamo in una zona interamente terrazzata e tutti notano subito che ogni pezzo di terra disponibile è coltivato. Non esistono incolti o praterie ma tutto il terreno sui terrazzi è arato.

Incontriamo le prime case con il tetto di paglia e con evidenti segni del terremoto; donne dalla carnagione scura, con la faccia scavata dalle rughe, che ci dicono, senza parlare, che qui la vita è dura, molto dura; bambini che portano il loro carico su per la ripida salita, chi la legna per il focolare chi le foglie d’albero per le capre; una bimba con in braccio la sua capretta vicino alla nonna seduta sulla sua terra, quella terra che le ha dato tutto portandosi di lei via tutto.

 

Dietro di noi, poco più in basso, i portatori chini sotto il peso delle gerle stracolme, affrontano il sentiero in infradito e nessuno pare sudare.

Arriviamo all’altezza di Waku; una fermata consente al nostro gruppo di raccogliersi per entrare nel villaggio tutti quanti insieme. Entriamo direttamente nel piazzale delle nuove scuole, sotto un arco di benvenuto e ad ognuno viene offerto il caratteristico foulard. Gruppetti di ragazzini e adulti si aggirano sopra i terrazzi che circondano a monte il piazzale, ci guardano incuriositi salutandoci.

Si respira l’aria della vigilia: i preparativi per la festa dell’indomani fervono frenetici; un manipolo di studenti sta provando, con poco impegno per la verità, un marcia dietro alla bandiera del Nepal; altri stanno addobbando con fiori e ghirlande il percorso che dall’entrata sul piazzale porta al palco delle autorità; altri ancora indaffarati a completare il palco disponendo le sedie.

L’agglomerato di costruzioni che costituisce ciò che noi abbiamo chiamato Waku è molto piccolo: poche case attorno agli edifici scolastici circondati da terrazzamenti. Proprio su alcuni di quest’ultimi è stato allestito il nostro campo, con belle tende gialle.

E’ sera: mangiamo nella la sala da pranzo, un grosso tendone blu, serviti, come sempre, dalle nostre guide. L’acqua è preziosa qui: ci si lava cercando di consumarne il meno possibile; ma per quanta attenzione si possa riporre nell’operazione, è impossibile, per un europeo, lavarsi con poca acqua: portiamo entrambe le mani alla faccia lasciando il rubinetto aperto che continua a sgorgare.

La notte arriva in fretta a questa latitudine e con lei la frizzante frescura. Siamo tutti contenti di essere a Waku; il paesaggio, la gente, le nuove scuole, i bambini: quella sera, nelle tende, tutti pensano alla giornata appena trascorsa e ai volti visti, giovani e vecchi, che hanno raccontato più di ogni altra parola.

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Nepal 2017: minicronaca del viaggio (terza puntata)

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