La vanità della ricchezza
racconto popolare nepalese (titolo originale: dhan ko ghamaṇḍa)
Introduzione
Dopo Shiva e l'agricoltore, ecco un'altra storia popolare del Nepal.
Come in gran parte dell'Asia meridionale, le storie popolari ispirate alla tradizione induista vengono raccontate da secoli per divertire e per trasmettere insegnamenti morali. Tra i protagonisti più amati vi è Ganesh, il dio dalla testa di elefante, figlio di Shiva e Parvati. Simbolo di saggezza e fortuna, Ganesh è anche famoso per un'altra caratteristica: un appetito davvero insaziabile, soprattutto per i dolci.
Questa storia racconta di Kuber, il dio della ricchezza. Generoso e sempre pronto ad aiutare gli altri dèi quando avevano bisogno di denaro o tesori, con il tempo aveva però sviluppato un grande difetto: era diventato terribilmente vanitoso e amava ostentare la propria ricchezza.
Il racconto
Tra tutti gli dèi, Kuber era il più ricco. Quando qualcuno aveva bisogno di denaro o di preziosi, era sempre alla sua porta. Lui aiutava volentieri tutti, ma poco alla volta cominciò a pensare che nessuno potesse competere con lui. La sua fortuna gli diede alla testa e il suo orgoglio cresceva ogni giorno di più.
Gli altri dèi se ne accorgevano, ma preferivano tacere. In fondo, molti di loro ricevevano aiuti, doni o prestiti da Kuber, e non avevano alcuna voglia di inimicarsi il dio della ricchezza.
Ganesh smaniava dalla voglia di dare una lezione a Kuber. Osservava la situazione con attenzione e aspettava pazientemente l'occasione giusta per mettere alla prova il ricco e vanitoso dio della ricchezza.
L'occasione arrivò quando Kuber decise di organizzare un banchetto grandioso per mostrare a tutti la propria magnificenza.
Fece invitare dèi, dee, saggi e personaggi illustri. Il palazzo risplendeva d'oro e di pietre preziose, ma ciò che più colpiva gli ospiti erano le tavole del banchetto. Lunghissime file di tavoli attraversavano le sale, coperte da montagne di dolci, frutta profumata, riso fumante, pani appena sfornati, latte, yogurt e ogni sorta di prelibatezza. Vassoi d'argento e coppe d'oro traboccavano di cibo; i colori, i profumi e l'abbondanza sembravano non avere fine. Gli ospiti, entrando, rallentavano il passo e rimanevano a bocca aperta davanti a uno spettacolo tanto grandioso.
Quando tutto era pronto, arrivò anche Ganesh.
Kuber gli andò incontro con grandi inchini e lo fece accomodare nel posto d'onore. I servitori iniziarono a portargli piatti su piatti: dolci, frutta, riso, verdure, pane, latte e ogni altra prelibatezza.
Ganesh cominciò a mangiare.
E continuò a mangiare.
E continuò ancora.
Gli altri dèi, non appena videro Ganesh all'opera, si affrettarono a servirsi. Conoscevano bene la sua fama e sapevano che, se avessero aspettato troppo, avrebbero trovato ben poco da mettere sotto i denti.
Ma nemmeno questo bastò.
I servitori correvano avanti e indietro portando nuove portate. Ogni volta che un vassoio arrivava davanti a Ganesh, spariva in un attimo. Le cucine lavoravano senza sosta. Pentole e forni erano in piena attività, ma il dio-elefante sembrava avere uno stomaco senza fondo.
Ben presto accadde l'impensabile. Le tavole che poco prima traboccavano di pietanze, colorate e profumate, apparivano ora deserte. I grandi vassoi d'argento erano vuoti, le ciotole raschiate fino all'ultimo boccone, i piatti completamente ripuliti. Dove all'inizio gli ospiti avevano ammirato montagne di cibo, adesso non restava quasi nulla: Ganesh era passato di lì.
Eppure Ganesh aveva ancora fame.
Mentre i cuochi cercavano disperatamente di preparare nuove pietanze, Ganesh si alzò e si diresse direttamente nelle cucine.
Cominciò a mangiare direttamente dai grossi pentoloni, prendendo il cibo mentre stava ancora cuocendo.
«Ti prego, aspetta un momento!» lo supplicò Kuber. «Non è rimasto quasi nulla. Ci sono soltanto alcuni sacchi di riso e lenticchie ancora da cucinare.»
Ma Ganesh non voleva sentire ragioni.
«Dove sono? Portameli subito!»
Entrò allora nei magazzini e divorò anche le scorte. Sacchi di riso, cereali e granaglie scomparvero uno dopo l'altro. In pochissimo tempo gli enormi depositi di Kuber erano completamente vuoti.
A quel punto il ricco dio iniziò a preoccuparsi davvero.
Il suo sorriso svanì.
La sicurezza lasciò il posto all'ansia.
E quando vide che non era rimasto più nulla da mangiare, fu preso dal panico.
«Aspetta ancora un poco!» balbettò tremando. «Farò arrivare altro cibo dall'esterno!»
Ma Ganesh, sempre più affamato, rispose con voce tonante:
«Se non avevi abbastanza cibo per sfamarmi, perché mi hai invitato? Ho ancora fame. Anche se sei tu... potrei anche mangiarti!»
Kuber non aspettò di sentire altro.
Si mise a correre.
Ganesh dietro di lui.
Attraversarono sale, cortili e giardini. Kuber correva terrorizzato e Ganesh lo inseguiva senza mollare.
Dopo una lunga fuga, Kuber raggiunse il monte Kailash e si gettò ai piedi di Shiva.
Shiva vide arrivare Kuber da lontano. Il dio della ricchezza era trafelato, coperto di sudore e con il fiato corto per la lunga corsa. Non aveva più nulla dell'aria sicura e altezzosa con cui aveva accolto gli ospiti al banchetto.
«Kuber!» esclamò Shiva sorpreso. «Che cosa ti è successo? Perché sei in questo stato?»
Kuber si gettò ai suoi piedi e, cercando di riprendere fiato, rispose:
«Signore, salvami!» implorò. «Sono stato accecato dall'orgoglio. Mi sono vantato inutilmente della mia ricchezza.»
Shiva ascoltò con calma e poi si rivolse al figlio.
«Ganesh, perché insegui il povero Kuber?»
«Mi ha invitato a mangiare e non è stato capace di saziarmi. Mi sono sentito offeso.»
Shiva sorrise.
Con dolcezza, come farebbe un padre con il proprio figlio, gli disse:
«Figlio mio, lascia stare Kuber. Vai da tua madre Parvati. Lei saprà prepararti qualcosa di buono e riempirà il tuo stomaco meglio di chiunque altro.»
Ganesh accettò il consiglio e rientrò.
Kuber, invece, rimase a riflettere.
Per la prima volta comprese che la ricchezza non rende grandi le persone e che l'orgoglio può diventare un peso più grande di qualsiasi tesoro.
Da quel giorno promise di non lasciarsi più dominare dalla vanità.
E, si racconta, mantenne la promessa.
Morale
Kuber aveva accumulato tesori immensi, ma aveva dimenticato una cosa: la vera grandezza non sta in ciò che possediamo, bensì nell'umiltà con cui lo utilizziamo.
Ganesh non divorò soltanto il suo banchetto; divorò soprattutto il suo orgoglio. Non è la ricchezza a essere condannata, ma la vanità che può nascere da essa.

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